Visualizzazione post con etichetta mobilità sostenibile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mobilità sostenibile. Mostra tutti i post

domenica 31 marzo 2013

L'impatto antropico e la pratica del fuoristrada

Usata spesso a sproposito e con la stessa attendibilità di un'estrapolazione statistica, l'accezione comune della locuzione "impatto antropico" pare riflettere più una valutazione personale di chi la usa che il riscontro oggettivo di una modificazione dell'ambiente e del territorio derivante da attività umane.
E' anche vero che l'Uomo, in quanto abitante della Terra al pari di tutte le altre creature, non avrebbe alcun motivo per valutare il proprio impatto diversamente da loro se non fosse che la tecnologia che è in grado di esprimere lo eleva, come potenziale distruttivo o modificatore, ben al di sopra della media.
Pare proprio infatti che tra le pulsioni primarie dell'Uomo debba essere annoverata di diritto l'evoluzione culturale e quindi tecnologica.
 
A questo proposito, va detto per inciso che distinguere tra cultura e tecnologia sarebbe un errore di valutazione simile a quello che, ormai da secoli, porta la maggioranza della gente a dicotomizzare il sapere in due branche apparentemente antitetiche eppure complementari.
Ma basta pensare alla letteratura come ad una scienza della comunicazione, alla matematica come ad un linguaggio descrittivo (oltre che analitico) ed alla tecnologia come ad una materializzazione di pensiero funzionale per comprendere come scienza e cultura sono la stessa identica cosa pur se approcciate da ottiche diverse.
Del resto, lo stesso Principio d'Inderminazione di Heisemberg afferma che non è possibile osservare un fenomeno senza in qualche modo modificarlo e quindi se ci si avvicina ad esso in maniera diversa, diversa risulterà la visione della realtà.
 
Tornando alla definizione generica di antroimpatto, molti tendono ad applicarla principalmente su considerazioni estetiche - senza altre valutazioni - e non solo: perfino nell'ambito delle sole apparenze esteriori, gli stessi critici riescono a scorgere la pagliuzza senza avvedersi della trave!
Faccio un esempio pratico.
Se, come succede spesso, c'è sempre qualche imbecille (non ho trovato una definizione più aderente alla realtà) che insorge contro un generatore eolico denunciandone il suo inaccettabile "impatto ambientale", si può stare sicuri che lo stesso acuto imbecille non si avvede del fatto che magari il generatore insiste, occupando qualche decina di metri quadri, in un territorio completamente DEVASTATO per migliaia di ettari da attività agricole o pastorali.
Eh si, perché la più devastante delle attività umane per quanto riguarda il vero e proprio Impatto Ambientale, non è la produzione industriale, men che meno è l'autotrazione ma è l'agricoltura.
Non a caso, le modificazioni del territorio dovute ad attività agricole sono le ultime a risultare visibili allontanandosi nello spazio dalla Terra, dopo che sono scomparse da un pezzo le aree urbane, le strade e perfino la Grande Muraglia cinese!
Gli amanti di una visione della "natura" allineata e coperta come quella che è fornita da un campo di grano o da un filare di viti dovrebbero capire che quella non è "natura" ma il risultato di una modificazione del territorio dovuta ad attività antropiche.
Anche i castori e tanti altri animali sono capaci di modificare il territorio su piccola e vasta scala a seconda delle loro esigenze o a seguito della loro stessa esistenza ma, va detto, non in maniera così incisiva come fa l'Uomo per sua scelta ponderata.
 
Quindi, tanto di cappello a chi si adopera - o crede di adoperarsi - in soccorso dell'Ambiente con la maiuscola ma suggerirei loro di cercare, prima di ogni altra valutazione, di capire in cosa consiste realmente una modificazione del territorio e dell'ambiente indotta da attività antropiche e di buttare giù una scala di valutazione che sia in grado di far comprendere immediatamente l'impatto complessivo di ogni singola attività.
 
 
Agricoltura
Come detto, appare evidente che non esiste attività umana ad impatto più alto sul territorio che non l'agricoltura e con essa la pastorizia intesa nell'accezione moderna dell'allevamento intensivo.
Eliminazione delle macchie naturali, irreggimentazione e deviazione delle acque fino all'impoverimento ed alla desertificazione di interi territori sono conseguenze praticamente inevitabili delle agricolture su vasta scala.
Certamente, cercare d'intervenire su di esse senza cercare di cambiare le nostre abitudini alimentari significherebbe lavorare su dei dettagli perdendo di vista una visione d'insieme per cui da un punto di vista STRETTAMENTE RAZIONALE non si può non dare ragione al veganesimo che avrebbe come primo effetto, oltre ad un miglioramento generalizzato della salute e dell'aspettativa di vita di ogni uomo sul pianeta, un vero risorgimento naturale dei territori modificati o devastati dai pascoli e dalle colture specifiche per l'alimentazione animale.
In questa valutazione, va tenuto conto del fatto che le estensioni di coltivazioni necessarie per foraggiare animali da macello, sono almeno di un ordine di grandezza superiori a quelle che sarebbero necessarie per alimentare DIRETTAMENTE noi esseri umani. Quindi, rinunciando o limitando di parecchio la carne nella nostra dieta, oltre ad un positivo impatto sulla salute, assisteremmo alla rinascita naturale di una quantità immensa di territori destinati (e devastati) dalle attività di allevamento a scopo alimentare.
Pare anche che la coltivazione - estremamente redditizia - del caffè sia responsabile della riconversione di parecchie aree destinate in origine a coltivazioni alimentari. Considerando che del caffè si può fare vantaggiosamente a meno o comunque si può limitarne di parecchio il consumo, anche sfumature come queste nella vita quotidiana di ogni singolo individuo comporterebbero effetti positivi significativi a livello globale.
La diversificazione delle nostre abitudini alimentari, con la reintroduzione di parecchi alimenti vegetali alternativi alle solite poche graminacee e legumi di cui ci cibiamo SOLO perché sono per i produttori le più convenienti, permetterebbe di contrastare la perdita delle biodiversità. Vale la pena quindi di tener presente che, alle nostre latitudini, ci cibiamo di preferenza di prodotti a base di grano non perché dal punto di vista alimentare sia superiore ad altre graminacee come l'orzo ma semplicemente perché offre una resa di raccolto superiore. Stesso discorso vale per frutta e verdura, leguminacee e quanto altro.
 
 

A differenza dei vegani puri, non sono del tutto contrario al consumo di carni (carne e "pesce" che sempre carne è!) ma lo sono nei riguardi della carne d'allevamento intensivo, sia per la sofferenza imposta agli animali, sia per la stessa qualità di carni e uova prodotte da animali sottoposti ad una vita e ad un'alimentazione insana come quella derivante dal loro allevamento industriale.
Le attività venatorie o di pesca amatoriale potrebbero fornire OCCASIONALMENTE carni "fresche" e naturali che potrebbero integrare ogni tanto la nostra dieta vegetale senza pregiudicarne la salubrità, anzi integrandola appunto, in modo da renderla simile a quella paleolitica che molti individuano come la nostra dieta più consona, avendola praticata per un tempo maggiore rispetto a qualsiasi altra nel corso della nostra presenza sulla Terra.
Per questo sono favorevole alla caccia - che per inciso "assicura" una fine naturale ad ogni animale catturato ed abbattuto - ma assolutamente contrario ai disumani allevamenti industriali.


 
Produzione industriale
Non v'è dubbio che la produzione industriale possa occupare di diritto il secondo posto in una scala decrescente di valutazione dell'impatto antropico e ciò non tanto - come considerano a torto molti - per l'insistenza stessa e per l'impatto diretto dell'opificio sul territorio ma per tutti i danni indotti a partire dal reperimento ed affinamento o produzione delle materie prime, il loro trasporto, l'impatto provocato della produzione, di nuovo il trasporto dei prodotti finiti ed infine dal loro smaltimento.
Gli interventi possibili in questo settore sarebbero infiniti ma io continuo ad insistere su quelli che a me risultano più fattibili ovvero una limitazione drastica della produzione automobilistica attraverso il miglior sfruttamento possibile dei veicoli già prodotti - ovvero l'usato - evitando di mandarli in rottamazione troppo presto, molto prima che risultino inservibili o poco convenienti da utilizzare e prima ancora sull'assurda abitudine di imbottigliare, vendere e consumare acqua potabile in bottiglie di plastica trasportandola per migliaia di chilometri fino al consumatore. Un'abitudine davvero idiota, facilmente evitabile ed oltremodo decadente.
 

 
La viabilità
Ma è proprio necessario costruire ed ampliare continuamente strade e viadotti?
Una domanda che l'esercito di idioti (non definibili altrimenti) che si schiera contro la pratica del fuoristrada motorizzato non si pone mai è "Qual'è il reale impatto di una strada sul territorio e sull'ambiente naturale inteso sia come vita animale che come vegetazione?"
Rispondo io: E' tanto grande che solo difficilmente è valutabile sotto tutti i suoi aspetti.
 
Premesso che la necessità di costruire nuove strade ed ampliare quelle esistenti deriva principalmente da un ingiustificato aumento del traffico terrestre che potrebbe essere grandemente ridimensionato, nel nostro Paese, sviluppando al massimo quello marittimo e ferroviario (evitando di svendere le ferrovie ad operatori privati) e soprattutto lavorando sui presupposti che costringono la gente a spostarsi per lavoro e le merci ad essere trasportate su e giù invece di essere prodotte ed utilizzate sul posto, bisognerebbe valutare attentamente, ogni volta che si prende in considerazione la costruzione di una nuova strada o un significativo ampliamento di una viabilità esistente, la reale portata dell'impatto ambientale dell'opera.
Per "strada"s'intende ormai un'opera moderna che consiste in un nastro estremamente regolare si asfalto posto su di una sede il più possibile lineare a prescindere dalle caratteristiche orografiche del territorio. Quindi la preparazione della sede comporta quasi sempre consistenti sbancamenti e movimenti di terra con alterazioni importanti e definitive delle preesistenze naturali, impermeabilizzazioni, canalizzazione forzata delle acque piovane ed eventualmente fluviali, stendimento di eventuali linee d'impianto accessorie (ad es.: illuminazioni) e, nei casi più eclatanti, trafori e viadotti.
Ora, quanti di noi si sono mai immedesimati nella fauna e nella flora al cospetto della devastazione operata dalla costruzione di una strada moderna ed asfaltata capace di dividere gli ambienti naturali in tante schegge di un insieme originario e di deviare ed irregimentare i flussi delle acque?
Perché è questo che comporta una strada tracciata su di un territorio naturale, dovrebbero tenerlo ben presente i sedicenti amanti della natura che si battono contro alla pratica del fuoristrada motorizzato, il cui reale impatto sull'ambiente è pressoché nullo a meno di non effettuare valutazioni puramente estetiche sulle tracce lasciate dalle ruote ma che sarebbero ben contenti, a bordo delle loro scintillanti ed impeccabili auto da strada su comode e livellate strade asfaltate, di attraversare ed osservare ambienti naturali relegati dietro alle immaginarie sbarre di uno zoo, ben lontane dal poter sporcare di fango le suole delle loro scarpe, lisce come l'asfalto.

Fuoristrada in armonia con la natura: niente strade = nessun impatto ambientale!



 
 Appendice: geoingegneria e guerra climatica
Più difficilmente apprezzabili da chi non si guarda intorno con spirito critico, queste due piaghe moderne passano inosservate ai più che ignorano - o negano pervicacemente - che sono in atto da anni operazioni di geoingegneria e di modificazione climatica su scala planetaria ma particolarmente concentrate ed apprezzabili in determinate zone ad alta antropizzazione.
Più che di due pratiche distinte, si tratta in realtà di considerare due punti di vista della stessa scienza in quanto la modificazione climatica non è che una branca della geoingegneria, disciplina che lontano dalla consapevolezza popolare ha raggiunto un livello di potenza ed efficacia di cui ancora pochi al mondo si sono resi pienamente conto.
E' noto da diversi decenni, ad esempio, che esistono diverse tecniche per provocare terremoti artificiali sia come fine dichiarato che come effetto collaterale di determinate pratiche geologiche. Un terremoto può essere provocato artificialmente in zone non sismiche ricorrendo a potenti cariche esplosive sotterranee oppure, disponendo le cariche in maniera opportuna su faglie critiche in zone già a rischio sismico, si può far precipitare un evento sismico che sarebbe accaduto naturalmente prima o poi, tenendo presente che i tempi geologici trascendono la nostra breve esistenza sulla Terra.
Altresì, un sisma si può scatenare in un ambito abbastanza circoscritto come effetto collaterale della tecnica di estrazione di gas naturali detta "fratturazione idraulica" o più brevemente "fracking" che si sospetta sia all'origine dell'ultimo terremoto in terra emiliana non riconosciuta a rischio sismico.
Anche onde anomale in grado di spazzare le coste possono "tranquillamente" essere provocate da esplosioni sottomarine ancor più efficacemente se coadiuvate dal crollo di una parete sottomarina già in equilibrio precario o da una faglia in tensione che "non vedeva l'ora" (si parla sempre di tempi geologici) di liberare la sua energia.
Quindi attenzione a considerare di origine naturale tutti i sismi ed i disastri degli ultimi anni: non è solo da oggi che si può fare e conoscendo l'Uomo sappiamo che se una cosa si può fare, prima o poi qualcuno la farà. Vale sempre la pena di chiedersi se un sisma o un disastro, magari stranamente circoscritto e sospetto come quello di Fukushima, può essere stato scatenato intenzionalmente per una ragione plausibile ed a vantaggio o detrimento di qualcuno.

Ma la geoingegneria non è solo questo; in fondo il ricorso agli esplosivi per tali scopi, sia di tipo tradizionale che nucleari, è una pratica sperimentale che risale alla 2a Guerra Mondiale ed oggi sappiamo che il bombardamento della ionosfera con tecnologia HAARP può presumibilmente operare veri "miracoli" di ordine geologico senza neanche dare nell'occhio.
In rete, anche tramite i link indicati nella colonna di destra, si possono approfondire questi argomenti.

Abbiamo detto che la modificazione climatica è solo un aspetto della geoingegneria ma di questa rappresenta forse l'effetto (o per altri versi la causa) più facilmente visibile essendo messa in atto ANCHE attraverso le irrorazioni aeree a tappeto, al secolo le famigerate "scie chimiche" che per una folta schiera di imbecilli, parenti forse di quelli già citati, semplicemente "non esistono" e/o non vale neanche la pena di indagare.

Certo è che inondare i cieli di particolati metallici e tossici o batteri non è un toccasana per l'Uomo e neanche per l'ambiente e allora se c'è qualcuno che crede di avere un tale livello di coscienza da sentirsi in dovere di schierarsi con coloro che vogliono preservare la natura e con essa noi, è bene che prenda apertamente posizione contro questa pratica criminale, mettendola in agenda al primo posto tra gli argomenti di battaglia e discussione.
 

mercoledì 9 maggio 2012

Il reale impatto ambientale dei veicoli da fuoristrada


Può capitare che, travolti come siamo da un continuo ed incontrollato mare di parole proveniente dai media, ci dimentichiamo o travisiamo il reale significato di una definizione. Tra tante delle figure retoriche diventate d'uso e d'abuso comune c'è quella, fatidica, dell'Impatto Ambientale. Usata spesso a sproposito e solo nella sua accezione negativa, questa definizione è in realtà priva di una valenza qualitativa e vuol dare solo una misura della portata di una modifica operata dall'Uomo o, perché no, naturale sull'ambiente che si prende in oggetto.
-
Bene, qualcuno ha idea di quale sia l'attività che fin dalla comparsa dell'Uomo sulla Terra ha provocato realmente il maggior Impatto Ambientale, inteso proprio come sostanziale modifica del territorio con effetto (per lo più negativo per l'ecosistema) su flora e fauna locale?
Tra tutte le catastrofi ecologiche che continuamente si verificano, che si possono immaginare ed alle quali siamo avvezzi, l'urbanizzazione e le Opere Pubbliche colossali svetta invece - e di gran lunga su tutte le altre - l'Agricoltura!
E' l'agricoltura infatti, seguita da presso dalla pastorizia, che nella storia dell'Uomo è stata la maggior causa di modifica sostanziale degli ecosistemi preesistenti. Le deforestazioni a scopo agricolo o a causa della pastorizia e l'irregimentazione delle acque necessarie agli scopi umani hanno provocato nei millenni la desertificazione - anche per gli effetti sul microclima - di intere aree geografiche e la perdita definitiva di una parte importante del patrimonio originario di biodiversità animale e vegetale.
Coscientemente, si è anche proceduto all'eliminazione capo per capo fino all'estinzione in qualche caso di quegli animali e quei vegetali "dannosi" (per la nostra specie?) o che non ci tornavano utili o che non fornivano lo stesso "rendimento" di altri.
In questo modo, anche quindi per una pura causa di "mercato", abbiamo ridotto la nostra dieta una volta variata attraverso le centinaia di specie vegetali tra le quali potevamo scegliere a sole 4 colture fondamentali ed al consumo di carne derivante da poche e redditizie razze animali a tale scopo allevate in condizioni innaturali.

Tuttavia, allo scopo di rimediare almeno in parte ai danni colossali che abbiamo inferto all'ambiente, non è più possibile fare marcia indietro per il semplice motivo che tutte le foreste della Terra non basterebbero ormai più per sfamare gli oltre 7miliardi di persone che siamo diventati e quindi dell'agricoltura non potremmo più farne a meno, però in questo ambito qualcosa si può fare sul serio (qualcuno si è dato la briga di calcolare che tutta la Terra basterebbe a sfamare al massimo una trentina di milioni di umani che seguono una dieta di tipo paleolitico ovvero composta da alimenti derivanti esclusivamente dalla caccia e dalla raccolta....) ad esempio
riducendo drasticamente il nostro consumo di carne.

Riduzione del consumo di carne
A parte il fatto che questo non potrebbe che far bene alla nostra salute ed alle nostre tasche, pare che il 70% delle risorse idriche venga impiegato per gli allevamenti e per l'agricoltura e se è vero com'è vero che per far crescere un vitello di un chilo siano necessari 13kg di foraggio, che senso ha mangiarsi il vitello, poveretto, invece di mangiare direttamente - come fa lui - un frutto della terra? Anche immaginando (a torto) che un chilo di carne possa fornirci tanto più cibo di "qualità" rispetto ad un chilo di vegetali, lo stesso a conti fatti non risulta conveniente né per noi né per l'ambiente.
-
Un'altra cosa che potremmo fare senza soffrirne più di tanto aiutando anzi anche in questo caso la nostra salute sarebbe ridurre il consumo di caffè: di questa droga infatti se ne consuma una grossa parte solo a scopo rituale o abitudinario.
Nel senso che se proprio non vogliamo rinunciare alla scarica d'adrenalina (ed al successivo "down" che ne consegue...) che ci fornisce la caffeina quando non abbiamo il tempo di svegliarci con naturalezza o quando per esigenze contestuali siamo costretti controvoglia a stare ben svegli quando invece vorremmo dormire, potremmo evitare di assumere caffè solo per abitudine sociale o sociativa: così facendo potremmo ridimensionare le (purtroppo altamente redditizie) colture di caffè smettendo di deforestare a tale scopo giungla equatoriale e magari riconvertendo le piantagioni a cereali, un po' meno redditizi del caffè ma sicuramente più utili all'umanità. Ma c'è da dire che contro un'idea del genere ci sarebbe (in effetti c'è) l'opposizione delle potenti Compagnie del caffè e anche dello stesso mais: è noto infatti come molti grossi produttori sudamericani di cereali siano stati pagati dalle majors per NON produrre mais allo scopo di tenere alti i prezzi sul mercato. Vendere a caro prezzo poco prodotto rende molto più che venderne tanto ad un prezzo adeguato: col primo metodo si riducono di molto le spese di coltivazione, raccolta, stivaggio, trasporto e distribuzione.

Ma perché parlare di questo se l'oggetto dell'articolo verte su tutt'altro? Ci arrivo adesso, la premessa era importante:

Quali sono le tracce della presenza umana che possiamo osservare per prime avvicinandoci alla Terra dallo spazio? Come possiamo ormai facilmente rilevare anche utilizzando uno strumento come Google Earth, secondaria causa d'impatto ambientale dopo l'agricoltura e conseguente irregimentazione delle acque è l'urbanizzazione: anche se è vero che con l'abitudine che ormai ci sembra normale (ma invece non lo è!) di costruire sovrapposte l'una all'altra le nostre abitazioni si risparmia territorio prezioso, c'è da considerare che abitare zone densamente popolate non comporta un reale vantaggio in termini d'impatto ambientale, anzi...
Supponiamo di concentrare - come succede comunemente nelle nostre periferie - un migliaio di persone... anzi no, di famiglie in un "normale" quartiere-dormitorio privo di servizi sociali. Queste tre o quattromila persone avranno innanzitutto bisogno di un'adeguata rete idraulica, fognaria ed elettrica, avranno bisogno si STRADE sufficienti a drenare il regime torrentizio dei loro spostamenti quotidiani verso i servizi sociali e verso il lavoro, avranno anche bisogno di parcheggi per le loro auto in quanto i garages della maggior parte di loro saranno ingombri di mobili ed inutili suppellettili derivanti dall'ultimo trasloco o dall'eredità di un congiunto, oppure da qualche veicolo a due ruote o semplicemente hanno attrezzato il locale a tavernetta per gli amici che quando verranno avranno anche loro bisogno di parcheggi per le loro auto... Ecco che sotto questa luce si ridimensiona il presunto minor impatto che può fornire un'urbanizzazione spinta.
-
E le strade? Quando una realizzazione umana è capace di provocare una mutazione negativa di rilievo nell'economia di un ecosistema, su parla (anche) di "Dissesto Idrogeologico" e ad esso sono spesso attribuite la maggior parte delle conseguenze dovute a frane o ad inondazioni, dimenticandosi magari che esse sono in parte naturali e che se l'Uomo non avesse l'insana abitudine di realizzare le proprie abitazioni o le strade sotto a dei costoni instabili o nell'invaso di un potenzialmente impetuoso torrente, di tanti di questi eventi non sentiremmo neanche parlare perché non avrebbero alcuna conseguenza sulla salute pubblica.
Gli Enti preposti, uno per tutti il Genio Civile, sono chiamati per legge a valutare il potenziale dissesto causato da un'opera sul regime delle acque e sulla stabilità di costoni potenzialmente franosi e spesso le conclusioni a cui giungono gli esperti appartenenti a tali Enti sono a dir poco contraddittorie: sulla base di questi presupposti infatti, si sono ritenute e dichiarate pericolose per il territorio ed irrealizzabili delle innocue piste da cross che tutto sommato lasciano così com'è il contesto sul quale insistono limitandosi ad una delimitazione dell'impianto ottenuta con pali di castagno, un po' di rete zincata e qualche fettuccia colorata. Spesso i servizi sono realizzati con strutture amovibili a impatto pressoché nullo sul territorio, visto che possono anche essere erte su palificazioni o disponibili su ruote.
Addirittura in alcune regioni su vasti territori è vietata la pratica del fuoristrada tout curt, con l'unica esclusione delle moto da trial - ma solo per alcune ridottissime aree gestite da Amministrazioni particolarmente "illuminate" e sensibili - dopo che si è rilevato che i loro pneumatici incidono sul terreno meno di quanto non faccia uno scarpone da montagna...!
Per contro, si lascia che vengano realizzate opere ben più "pesanti" e di dubbia utilità in contesti difficili come quelli in zone disastrate a causa di smottamenti o terremoti: è quasi prassi consolidata che dopo un evento disastroso la prima (ri)costruzione eseguita con fondi pubblici riguarda grosse palestre, campi di calcio o altri luoghi di svago utilissimi per far dimenticare alla popolazione di aver perso la propria casa e vedere i soldi destinati alla ricostruzione impiegati per scopi meno che secondari. Frequente in queste occasioni anche la costruzione di strade lisce come biliardi e larghe come le piazzette di un borgo medievale che portano... al nulla nel bel mezzo di una campagna solo non proprio ad un nulla nulla ma ad un nulla che appartiene a qualcuno che ha in mente una bella speculazione edilizia....Eccoci al punto: l'importanza della costruzione delle strade, che hanno distinto e fatto grande l'Impero Romano, deve esserci rimasta del sangue anche dopo la caduta dell'impero, visto che ormai nel nostro territorio la natura è integra solo in piccola parte mentre per il resto è frammentata in innumerevoli piccoli tasselli delimitati e contornati da strade asfaltate. Le strade asfaltate, a differenza sostanziale di quelle carrarecce, bisognano di un adattamento del territorio sostanziale ed importante, con SBANCAMENTI geometrici ed accurati, consolidamenti, preparazione del fondo, DRENAGGI, muretti, innumerevoli ponti (qualcuno però se lo scordano sempre, perché i ponti costano tanto e rallentano la costruzione), asfaltatura e segnaletica, sia orizzontale che verticale (un bell'indotto, non c'è che dire...).

Insomma è difficile immaginare un'opera dell'Uomo che abbia un impatto ambientale minore di quello provocato da una strada asfaltata! Perché le strade asfaltate (importanti) non possono neanche permettersi pendenze eccessive e ghirigori tra le vallate quando è tanto "semplice" perforare una montagna tirando una bella linea dritta sulla carta della zona. Le strade asfaltate sono l'Opera pubblica per eccellenza, quella che rende il Paese "moderno" e lo distingue da quelli "arretrati" come quelli africani.

In un'epoca in cui almeno ad una ristretta elite sono noti i segreti dell'antigravità (o di sicuro almeno i primi rudimenti) si pensa ancora a costruire strade asfaltate belle lisce e livellate per permettere al bullo di paese figlio di papà di acquistare la terza auto di famiglia e poi montarci subito un kit di ribassamento estremo Fast&Furious Style molto adatto alla pista ma ben poco adatto ai lastricati millenari che comunemente ancora pavimentano (almeno) il centro storico delle nostre città medievali.

Insomma siamo arrivati al sunto del discorso, ed è un punto di vista che mi meraviglio non sia mai stato posto in evidenza da nessuno, neanche da appassionati che scrivono su media dei settori motoristici del fuoristrada: c'è veramente così tanto bisogno di FRAMMENTARE E DEVASTARE il territorio per costruire (ancora) strade asfaltate solo per abbreviare i tempi di percorrenza tra un posto e l'altro o per permettere a chi ha deciso di vivere immerso nella natura di portarsi però dietro tutte le comodità dell'urbanizzazione?

Ogni nuova strada "diretta" ed asfaltata costituisce una ferita insanabile sul territorio, una frammentazione degli ecosistemi che attraversa e divide in maniera insanabile, un'occasione di MORTE per le creature del bosco abituate ad attraversare la zona perpendicolarmente al tracciato, una deviazione del regime idrico i cui effetti sono spesso imprevedibili sia come probabile dissesto sia come possibile modificazione dell'habitat floreale (e quindi faunistico).
-
E qui tornano utili i SUV, al secolo "Sport Utility Vehicle" o "Veicoli SubUrbani" ovvero quei veicoli a 4 ruote che permettono in tutta la comodità permessa da un'auto un fuoristrada moderato e quindi di spostarsi agevolmente su strade NON asfaltate. Peccato che la stragrande maggioranza di questi veicoli tuttofare vengano acquistati senza alcuna logica per un utilizzo prevalentemente urbano ed autostradale (sotto questo aspetto sarei anche d'accordo col principio "Via i SUV dal centro" adottato da alcune amministrazioni locali)
Ancor di più di un SUV, un sano, meno costoso e più affidabile 4x4 duro e puro che al costo di una vita un po' meno comoda potrebbe in linea teorica anche fare a meno di vere strade accontentandosi di un tratturo o di un trasferimento "dritto per dritto" quando il territorio lo consente.
Da notare che nei Paesi anglosassoni - dov'è nata - la classificazione "SUV" comprende anche le auto da fuoristrada puro.
-
Ma perché dobbiamo continuare a modificare il territorio che ci circonda? Non stiamo già abbastanza comodi?
Io ritengo che al giorno d'oggi lo sviluppo stradale di cui dispone il Paese sia più che sufficiente adoperando certo la dovuta cura manutentiva ed in qualche caso ampliamento ed adeguamento delle principali arterie; ma di fare nuove strade tranne che in casi particolari proprio non se ne sente la necessità.
Vuol dire che se proprio sentiamo il bisogno di raggiungere una meta impervia o lo facciamo a piedi dedicando all'uscita un po' di tempo in più, ripagato dal piacere che può offrire una passeggiata nella natura, oppure lo facciamo a bordo di un ECO-LOGICO veicolo da fuoristrada puro, meglio ancora se a due sole ruote!!